Quarta tappa (1792-1812)
La Nascita del Borgo Vecchio
Consalvo Hinijosa Adorno: Storia di un Gesuita Illuminato e della Tenuta Campo Pescia
di Daniele Mattei
La storia di questa vicenda potrebbe cominciare dallo stesso incendio di cui ho trattato gli aspetti nel numero zero della rivista. Il tragico evento, consumatosi nel marzo del 1775 nelle capanne camerali (cioè costruite dalla Reverenda Camera Apostolica) di Campo Pescia e che vide la morte di 25 persone, creò i presupposti indispensabili per la costruzione di casali in muratura. Infatti, non potevano che essere invise alla volontà caritatevole dello Stato della Chiesa “tali annuali disgrazie in Montalto, anche perché – continua un contemporaneo – lapidi erette in mezzo a quelle campagne attestano vari di questi tragici fatti”.
Gli anni in cui venne costruito il casale, inoltre, si possono ricondurre a un unico periodo storico che coincise con il lungo pontificato di Pio VI (1775-1799): il Riformismo pontificio. Fu questo un periodo di grandi trasformazioni per tutto lo Stato della Chiesa, ma soprattutto per le zone di diretta proprietà della Reverenda Camera, come Montalto.
Corre l’anno 1778 quando Pio VI decide di emanare un Moto Proprio, cioè un atto sovrano con immediato valore esecutivo, nei confronti della Terra di Montalto. L’obiettivo è quello di aumentare la coltivazione dei campi, di migliorare le condizioni di vita degli abitanti e, di conseguenza, aumentare la popolazione della zona. Il progetto è ambizioso e trova subito numerosi ostacoli. Uno di essi è senz’altro la pessima condizione in cui lavorano in quegli anni gli operai stagionali: afflitti dalla malaria, oppressi da orari di lavoro estenuanti (“Da buio a buio”) e ospitati in capanne di paglia alla mercé del freddo, degli insetti e in alcuni casi degli incendi.
Nell’anno 1791 l’intero territorio montaltese viene dato in affitto a un certo Capitano Giovanni Schiatti, romano. Nella lettera, che ho già citato nell’articolo sulla Memoria, terminerà la sua accorata richiesta al tesoriere generale scrivendo: “Per evitare tali disordini contrari all’umanità – cioè gli incendi – mi esibisco pronto a fare i casali di terra cotta, e cruda invece di tali capanne”. La proposta è interessante, ma la morte improvvisa dello Schiatti farà slittare il progetto di costruzione di qualche anno.
A questo punto entrano in scena due personaggi che avranno un ruolo decisivo in questa storia: il primo è Fabrizio Ruffo, l’uomo passato alla storia per aver guidato i Sanfedisti alla riconquista del Regno di Napoli; il secondo è Consalvo Hinijosa Adorno, un gesuita di origine spagnola che, in seguito alla diaspora del proprio ordine dalla sua patria, operò in Italia.
Don Fabrizio Ruffo: Il Perpetuo Protettore di Montalto
Fabrizio Ruffo nacque nel castello di S. Lucido, presso Paola in Calabria, il 16 settembre 1744, da illustre famiglia: il padre era Duca di Baranello e la madre della casa principesca dei Colonna. Narra il Moroni che “non ancora compiti 4 anni fu portato in Roma per esservi educato sotto gli auspici del di lui zio cardinal Tommaso decano del sacro collegio”. È ancora Gaetano Moroni a raccontare il primo vivace incontro tra Fabrizio e il Braschi, futuro Pio VI:
“trovavasi nella corte di quell’illustre porporato [si parla di Tommaso Ruffo], in qualità di uditore, Angelo Braschi di Cesena, il quale per far carezze al fanciullo lo prese sulle ginocchia. Volea Fabrizio giocare colla bella chioma del Braschi, ma sempre venne impedito; finalmente infastidito di quell’ostacolo, colla mano bambina gli tirò una guanciata”.
La sua carriera politica fu fulminante. Nel 1775 papa Pio VI lo ammise in prelatura tra i referendari delle due segnature, nel 1781 tra i chierici di camera fino a che non lo chiamò all’alta carica di tesoriere generale il 16 febbraio 1785.
È in questo momento che inizia ad interessarsi dello Stato di Castro e Ronciglione e di Montalto in modo particolare. Già in merito alla riforma tributaria, si occupò di Montalto: creò, infatti, ottanta uffici doganali con l’Editto Generale sulle Gabelle alle Dogane in cui stabiliva la formazione di un’unica cinta doganale ai confini dello Stato; per la posizione di confine che aveva in quel tempo, Montalto di Castro divenne dogana di “bollettone”, cioè in essa veniva rilasciato un documento in cui erano indicati i dati caratteristici delle merci e le generalità del commerciante.
Ma l’attenzione del Ruffo era in quegli anni concentrata su un progetto più ambizioso: stimolare la produzione agricola e industriale e, di conseguenza, potenziare l’attività commerciale. Per attuare questo piano propose di modificare i contratti di affitto, che avevano reso le campagne immensi pascoli, in contratti di enfiteusi perpetua.
Il giorno 28 marzo 1788 il Ruffo arriva a Montalto per una prima visita. Inizia nello stesso anno la divisione della Macchia Banditella in circa quaranta lotti che saranno dati in enfiteusi (a terza generazione mascolina) ai Cittadini di Montalto. L’attività svolta in questo periodo dal Ruffo è impressionante per la capillarità e la continuità degli interventi: nel 1792 torna a Montalto con un’intera commissione di ingegneri e architetti per risolvere i problemi più disparati del paese. Nei cinque giorni di permanenza:
- L’ingegnere Angelo de’ Colli si occupa delle possibilità di bonifica della Palude della Pescia e della eventuale navigazione del fiume Fiora.
- L’architetto Giuseppe Antolini si interessa del rifacimento del ponte sul Fiora detto Ponte dell’Argenta e della costruzione di sei nuove abitazioni all’interno delle mura.
- A Filippo Prada viene affidato il progetto riguardante la chiavica e la riselciatura delle vie interne alle mura.
Il Ruffo, oltre a supervisionare tutti i progetti, si occupa in prima persona del progetto per la costruzione di una nuova porta “più vicina ai campi dei particolari e al fiume e collegata ad una strada confinante con le mura castellane in circuito delle medesime”: cioè le odierne Porta Romana e Circonvallazione Vulci.

Per tutto ciò, in una seduta consiliare del Comune di Montalto di Castro di quegli anni, si trova scritto: “Alzatisi tutti li consiglieri in piedi, spinti da vero spirito di vera ed umile ricompensa a tante grazie e favori dispensati […] acclamarono con giubilo e con evviva il loro perpetuo Protettore Don Fabrizio Ruffo”.
Per attuare queste numerose opere e, soprattutto, quella legata all’agricoltura e all’industria pastorizia, il Ruffo aveva bisogno di un uomo fidato che potesse seguire la situazione dall’interno. Quell’uomo fu Consalvo Hinijosa Adorno.
Consalvo Adorno: Breve Biografia
Nato a Jerez de la Frontera il 7 settembre 1751, entra come novizio dell’Ordine dei gesuiti della provincia d’Andalusia il 6 aprile 1766. Ma nello stesso anno l’Ordine viene esiliato dalla Spagna. In questo momento inizia il cammino di Consalvo fuori dal suo paese natale. Segue i Padri del suo ordine in Corsica: ad Algaiola pronuncia i suoi primi voti e, divenuto abate, professerà a Calvi.
Dopo questo periodo si trasferisce a Rimini, mentre la sua presenza a Cesena è documentata nel 1789. Non è nota la ragione dello stretto legame tra il Gesuita e Fabrizio Ruffo. Probabilmente gli scritti pubblicati tra il 1789 e il 1791, di natura antirivoluzionaria, possono aver fatto conoscere Consalvo all’Alto prelato; fatto sta che nel settembre del 1792 Consalvo Hinijosa Adorno diventa enfiteuta perpetuo della tenuta camerale denominata Campo Pescia e rimarrà tale fino alla sua morte avvenuta a Viterbo il 17 marzo del 1812.
Le Opere di Bonifica, le Merinos e il Borgo Vecchio
L’arrivo dell’Adorno a Montalto suscita subito forti contrasti. La società montaltese stava vivendo un periodo di grande mobilità. La divisione in lotti della Macchia Banditella, l’aumento notevole dell’industria armentizia, i numerosi lavori pubblici avviati fin dal 1784, avevano portato l’arricchimento nella popolazione (che in pochi anni passa da 350 a quasi 600 unità) e molti cittadini montaltesi speravano di diventare presto piccoli proprietari. Questa situazione aveva scosso la statica realtà rurale del tempo.
Sarà Vincenzo Candelori a sfruttare maggiormente questa felice congiuntura politico-economica. Oltre ad essere ai vertici dell’amministrazione Comunale per quarant’anni, riesce ad accaparrarsi diversi appalti: l’osteria, la macelleria e la spezieria; sarà per 12 anni economo del Comune. Ma il “grande salto” avverrà proprio durante il tesorierato del Ruffo. Nel 1792 ottiene infatti l’enfiteusi perpetua di Campo Scala, una tenuta di ben 5000 ettari.
Vincenzo Candelori e Consalvo Adorno saranno i due personaggi di spicco di quest’epoca: si combatteranno a lungo per vie legali e non, daranno vita a due fazioni in lotta nella Montalto settecentesca, ma entrambi possono rappresentare degnamente la figura di moderno imprenditore di azienda che in quel tempo scosse l’antiquato sistema economico rurale del Lazio.
Nei primi tre anni di permanenza a Montalto l’opera dell’Abate gesuita deve essere stata febbrile e poliedrica, visto che i montaltesi lo definivano il Tesoriere di Montalto.
- Acquista alcuni territori nei pressi delle mura castellane su cui chiede e ottiene il permesso per costruire due serie di case a schiera per un totale di 24 abitazioni che, nonostante la decisa avversione di un gruppo di Zelanti di Montalto, inizierà a costruire nel febbraio del 1794.
- Ottiene in enfiteusi o in affitto vari Ristretti (i territori, cioè, non gravati da usi civici) sia da privati che dalla Reverenda Camera, che in quegli anni gestiva anche le proprietà Comunali.
- Nel più grande, circa quindici ettari, impianta un grande vigneto che circonda di muro.
- Costruisce una nuova serie di pozzi di grano alla maniera di Romagna, cioè murati a stagno con chiusino di pietra per una capacità totale di 2.000 rubbie.
- Inizia e porta a termine una serie di lavori che trasformeranno il Campo Pescia da semplice tenuta a moderna azienda agricola autosufficiente.
Per ottenere questo obiettivo l’Adorno deve risolvere, in primo luogo, il problema delle abitazioni. A nome di tutti gli enfiteuti di Montalto, come farà spesso in questi primi anni, invia una richiesta di costruzione per due nuovi casali “in ricovero di tanta gente collettizia che vien chiamata alla coltura di quei campi – e che, come specifica nella richiesta – di mala voglia vi concorre per il cattivo e mal sicuro asilo che ritrovano nelle capanne, per lo che vi è penuria di operai, motivo per cui si pagano a caro prezzo, e conviene pigliarli di cattiva e pessima qualità”.
La richiesta dell’Adorno viene subito accettata. Ottiene in breve tempo un prestito dalla R.C.A. di circa 8.000 scudi, da restituirsi in dieci anni, con l’obbligo di costruire un casale “nel modo, forma, e secondo il disegno approvato […] entro il termine di un anno”. È l’anno 1795 quando il casale (che oggi è il centro del Borgo Vecchio) viene terminato insieme alla costruzione di una grossa grotta nelle sue vicinanze con “dieci nicchie per le botti”, si tratta dell’odierno magazzino per i pneumatici di Crocicchia.

L’altra grande opera effettuata in questi anni dal gesuita è la bonifica dei territori paludosi. Le richieste di bonifica vengono inoltrate nel 1793 e in esse viene specificato che per “sanare detto paese, e levare l’indicata cagione dell’insalubrità di quell’aria, ci vorrà una spesa di 10.000 scudi circa, secondo lo scandaglio fatto dall’ingegnere idraulico Capitano Colli, mandato da Monsignor Tesoriere ad osservare s’era o no possibile tale disseccamento”. L’Adorno propone nella richiesta umiliata a Pio VI di fare a sue spese il disseccamento in cambio della completa libertà di vendita e di incetta dei grani di Campo Pescia.
Di interesse notevole l’introduzione della coltivazione del riso – del quale si intuisce l’esistenza anche nella descrizione del casale – che deve essere stata attuata proprio durante le opere di bonifica della palude sfruttando la naturale caratteristica delle terre all’allagamento. Deviando, probabilmente, le acque del fosso Marzola, era riuscito a creare una risaia formando “un corpo [unico] sotto il Casale…per 18 rubbi” tra il Puntone della Marzola, la Polledrara della Chiesa e la Mandra della Ficona che l’agrimensore Ricci stima del valore di scudi 180 per ogni rubbia. Difficile poter valutare la quantità e la qualità del riso prodotto, che non fu mai una coltura importante nel Lazio, ma risulta comunque notevole l’innovazione effettuata dall’Adorno.
Altre opere di minore importanza furono:
- La dicioccatura di circa 40 rubbie di terreno.
- La creazione di un piccolo bosco di castagni (circa 4.000 piante) per avere il legno sufficiente per le staccionate.
- Tre grossi pascolari chiusi da staccionate atti all’allevamento di buoi, cavalli e pecore.
A proposito di quest’ultime non si può tralasciare una significativa innovazione nel campo dell’allevamento ovino. L’Adorno, infatti, in accordo con Fabrizio Ruffo fece trasportare dalla Spagna un branco di pecore di razza Merinos con “l’obbligo di moltiplicarlo”. L’Adorno, esperto nell’allevamento di questa razza, curò personalmente l’acquisto di alcuni esemplari e in una ventina di anni ne accrebbe il numero a circa 10.000 capi; tentò inoltre una serie di incroci con la pecora vissana, visto che faceva transumare le merinos sul Monte Cavallo (diocesi di Camerino): ne nacque la cosiddetta Razza Adorno.

L’interessamento del Ruffo per questo allevamento era finalizzato a creare materia prima per l’industria tessile. Approvò la nascita di numerose scuole per la tessitura, tra cui quella di Corneto nel 1785, e avviò insieme all’Adorno la fabbrica dei drappi “con la lana di Spagna o del gregge Ibero-romano della Tenuta Campo Pescia, lavorando panni, castorini e casimirri fini, i quali – continua Vincenzo Colizzi Miselli in una sua opera del 1802 – si avvicinano per qualità ai tessuti di Francia e se ne allontanano molto per il prezzo”. Per concludere sull’opera dell’Adorno si deve accennare agli anni conclusivi della sua vita quando, spostato il suo interesse su Roma, riuscì ad ottenere per nove anni il monopolio della fabbricazione dei berretti di lana “denominati ad uso di levante”; questo aspetto della sua vita però, allo stato attuale della ricerca, rimane in ombra.
Questo personaggio, in ultima analisi, incarna nel miglior modo la figura della nascente borghesia agricola che, come specifica Renzo De Felice, “senza attendere e disquisire troppo su una impossibile radicale trasformazione dell’agricoltura, si applicò nelle proprie tenute in un ammodernamento tecnico e colturale della coltivazione e dell’allevamento”, non dimenticando l’importante relazione tra questo settore e quello industriale.
La Descrizione del Casale
Per la descrizione del casale e per le altre opere attuate dall’Adorno mi sono servito della Stima del Campo Pescia, effettuata nell’anno VI repubblicano (cioè nel 1798) da Alessandro Ricci, Agrimensore Nazionale. Questo documento mi ha permesso un agevole confronto con la descrizione della stessa tenuta nel 1792 – durante la cessione in enfiteusi – e la possibilità di notare i miglioramenti effettuati nei sei anni successivi.
Il casale, a cui si accedeva per mezzo di un portone, che dà tutt’oggi su un cortile, era composto a pian terreno dalle:
- Stalle per i cavalli.
- “Nove stanzoni aperti con archi per comodo dei bifolchi”.
- Forno, con relativa abitazione del fornaio.
- Dispensa.
- Magazzino per il riso.
- Granaio per 650 rubbie di grano.
- “Granaro pel terroso, fave, capace di circa rubbia cento…[in cui] vi è anche il cammino, per gli uomini della risara”.
Nella parte superiore esistevano due stanzoni irregolari ad uso di munelli. La descrizione continua con le altre stanze destinate a pastori, fattori, caporali e, infine, al padrone.

Ho voluto inserire per intero la descrizione del casale nelle sue varie parti non per pura erudizione. Mi è sembrato doveroso citare le categorie di coloro che lavorarono e vissero sulla nostra terra: caporali, fattori, pastori, bifolchi e munelli. Si tratta della struttura piramidale su cui si fondava la dura natura del potere in queste lande desolate; la stessa che esisteva prima della costruzione del Casale, la stessa che si perpetrerà negli anni successivi. Un popolo che, in numerosi secoli di esistenza, non ha lasciato alla storia altri nomi da ricordare.
Tratto da “Il Campanone – 2005”

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